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ARUNACHALA E IL MUSINE

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CARI AMATI, OGGI VI VORREI PARLARE DI QUESTE DUE MONTAGNE SACRE..

SONO COME DUE GEMELLE, UNA MASCHILE E L’ALTRA FEMMINILE

ARUNACHALA -MASCHILE

IL MUSINE -FEMMINILE

C’E’ UN COLLEGAMENTO TRA QUESTE DUE MONTAGNE, ENTRAMBE SONO CONSIDERATE ”MAGICHE”.

LE LINE ENERGETICHE TRA QUESTE DUE MONTAGNE FORMANO 8….L’INFINITO…L’UNIONE MISTICA TRA IL MASCHILE E IL FEMMINILE, ESSE SONO COLLEGATE , LA LORO UNIONE CREA LA PERFETTA ARMONIA …

CONSIGLIO DI MEDITARE GUARDANDO QUESTE DUE MONTAGNE..

 

11-9–11-10–11-11–2011 MEDIATIAMO INSIEME CENTRANDOCI SU QUESTE DUE SACRE MONTAGNE.

CANTIAMO , ASCOLTIAMO IL GAYATRI E L’OM NAMAH SHIVAYA!

 

LA VOSTRA PREMA CON VIJAY SARANNO A MEDITARE SUL MUSINE ALLE ORE 11 AM NEL SOLE ,IN QUESTE DATE…DA LI VI ABBRACCEREMO TUTTI CON INFINITO AMORE….OM NAMAHSHIVAYA!

 

NAMASTE AMATI..

 

IL MUSINÉ TRA STORIA, TRADIZIONE, UFO E VIAGGI NEL TEMPO

Le montagne sono sempre state rivestite di miti e leggende. Già nell’antichità, con la sua forma protesa verso il cielo, il monte era visto come il simbolo di una elevazione spirituale che si protendeva verso l’Assoluto.

 

Presso i cinesi c’era la credenza che vi fossero cinque vette sacre, nel nord, sud, est, ovest e centro della Cina, collegate direttamente al paradiso. Grazie alla loro speciale energia si pensava che le montagne nutrissero erbe e funghi magici usati per elisir d’immortalità ed erano considerate luoghi ideale per il ritiro e la meditazione.

In quasi tutte le tradizioni il monte, per la sua altezza e il mistero di cui è circondato, è ritenuto il punto in cui il cielo incontra la terra. Ogni cultura ha il suo monte sacro, dove abitano le divinità che custodiscono le tradizioni ancestrali. Fin dai tempi più remoti, in quasi tutte le civiltà si credeva che l’altitudine possedesse attributi sacri, che i territori superiori fossero saturi di energia spirituale. La montagna veniva associata al trascendente, simbolo della presenza del sacro e dell’ascesi individuale.

Presso i Popoli nativi le montagne sono la dimora delle loro divinità. Con nomi diversi ma con similitudini nei significati, le montagne per i Nativi sono i luoghi che custodiscono segreti ancestrali ed esseri che proteggono le loro tradizioni. Riferimenti spirituali e dispensatori di energia terapeutica.

Dzill Nchaa Si’An, la montagna sacra degli Apache dell’Arizona, è la dimora del messaggero spirituale Apache Ga’an. Ngog Lituba, la montagna sacra del Popolo Bassa del Camerun, custodisce i segreti delle tradizioni africane.  Gli indiani Hopi credono che le loro divinità, i Katchina, dimorino nel cuore di  St. Francisco Peak. E così via.

Anche l’Europa non sfugge a queste tradizioni, e sono numerosissime le vette ammantate di attributi sacri e misteriosi, come  il Croagh Patrick in Irlanda o il Ben Nevis scozzese.

Nella valle di Susa, in Piemonte, esistono due monti particolarmente riconosciuti come “sacri” per via di tutte le leggende e le tradizioni ad essi associate: il monte Rocciamelone e il monte Musiné. Il Rocciamelone si porta dietro un nome celtico con cui ancora oggi viene identificato dalle culture autoctone: Roc Maol. La montagna oggigiorno è tristemente venuta alla ribalta delle cronache per via del discusso progetto TAV (Treno ad Alta Velocità), che ha fatto insorgere la popolazione locale la quale ha creato il vastissimo movimento NO-TAV,  per contrastare quella che viene considerata una profanazione e una decisione antidemocratica che non tiene conto delle esigenze e delle ragioni degli abitanti.

 

Il monte Musiné, l’altra montagna sacra della valle di Susa, è da molti anni al centro di credenze, superstizioni, culti, avvistamenti UFO. Il fatto di essere stato adottato come luogo di ritrovo per gli occultisti del territorio ha creato confusione sulle origini delle sue tradizioni, e non sempre è facile distinguere ciò che ha un valore reale dalle mistificazioni.

Andando a ritroso nel tempo, scopriamo che il Musiné in epoche remote, oltre 50 milioni di anni fa, probabilmente doveva essere un vulcano attivo.

Nel neolitico la valle intera e il Musiné erano popolati da tribù sparse e famiglie nomadi. Sono state trovate tracce di insediamenti celtici del secondo millennio a.C.  e le indagini archeologiche hanno segnalato il Musiné come area di presenze pre e protostoriche: in territorio di Caselette, il paese ai piedi del monte, vi sono tracce di una capanna di fine Età del Bronzo Antico (circa 1700 a.C.)

Nel territorio di Almese, altro paesino alle pendici del Musiné, sono stati ritrovati numerosi reperti preistorici e un probabile sito rituale in un punto poco sotto la vetta del monte.

Visto il tipo di reperti, la datazione e l’origine dei nomi dei paesi della zona, sembra evidente che tutto il territorio fosse anticamente abitato da insediamenti celtici. Il nome Caselette, ad esempio, è una desinenza celtica, così come per molti altri paesi della zona.

Le origini del nome Musiné sono incerte. La tesi più accreditata è che si tratti di una contrazione dal medievale “mons vicinea” (montagna del villaggio) perché era presso un villaggio.

Almeno da età medievale (ma forse già da epoca romana) il Musiné ha rappresentato per le comunità insediate ai suoi piedi un “territorio di usi comuni” quale segnalato dal suo stesso nome: preziosa riserva di legname, terreno da pascolo, luogo di raccolta di frutti selvatici, erba e fogliame; il tutto non come proprietà privata ma come terra comune.

 

Per secoli il pascolo e la raccolta di erba e foglie fu un diritto di uso civico che la comunità di Caselette cercò sempre di tutelare. Dalla montagna si raccoglievano le acque delle fontane, che erano incanalate ad alimentare il paese.

La cava di opale, alle pendici del Musiné, è sempre stata tra le più ambite per i ricercatori e gli appassionati. Il minerale, considerato sacro da molti popoli nativi (tra cui gli aborigeni australiani) ha certamente contribuito ad alimentare la fama di montagna sacra.

Il monte Musiné è ricco di reperti megalitici, altro particolare che indica non solo l’insediamento celtico della zona ma anche la sacralità attribuita al monte. Infatti la montagna è disseminata di numerosissime “coppelle” preistoriche, scavate nella roccia, tipiche dei luoghi usati dagli antichi druidi per cerimonie rituali.

Le coppelle del Musiné si trovano facilmente inerpicandosi sul ripido sentiero che porta alla cima. Su alcune rocce ne sono state contate fino a 70. C’è chi ha interpretato i disegni formati dalle coppelle come la rappresentazione delle costellazioni visibili nel cielo boreale.

All’inizio del sentiero si può trovare il “seme di mela”, un menhir di notevoli dimensioni che presenta una lavorazione artificiale.

 

Un altro menhir si trova a metà del sentiero che porta alla cima. Su questo menhir sono incisi dei graffiti preistorici con disegni che possono ricordare degli astri nel cielo o addirittura dei veicoli spaziali. Disegni che ricordano altri graffiti preistorici, come quelli della Valcamonica o del monte Bego nella valle delle Meraviglie, o i graffiti degli aborigeni australiani e dei Nativi americani.

Sulla stele, ancora ben visibile e raggiungibile su uno dei sentieri che si aggrovigliano lungo le pendici del monte, sono impressi graffiti, simboli e oggetti: al centro è inciso quello che sembra un monte, alla sua sinistra un cerchio che sembra rappresentare il Sole e poco più a destra un oggetto discoidale che ricorda un UFO, sospeso nell’aria. Alla base, cinque sagome stilizzate. Lo scrittore e ricercatore Peter Kolosimo avanzò l’ipotesi che il disegno riproducesse un incontro ravvicinato con un velivolo spaziale da parte degli abitanti della valle.

Questo menhir è stato oggetto di discussioni sulla sua autenticità da quando la rivista Famiglia Cristiana, nel n. 13 del 1988, affermò che si trattava di “un falso degli anni Settanta, di esecuzione contemporanea e goliardica”. Il “Gruppo Ricerche Cultura Montana” ha sostenuto questa tesi, riprendendo l’affermazione di Famiglia Cristiana, senza tuttavia procedere a nessuno studio sul reperto.

Tuttavia i ricercatori indipendenti sostengono che sia evidente la differenza tra i graffiti “recenti” e quelli preistorici, e tendono ad annoverare il menhir tra i reperti preistorici autentici.

Molti altri megaliti sono disseminati sul monte Musiné, da menhir a rocce coppellate. Alcuni di questi sono contrassegnati da segni e tracce di ceri che fanno dedurre che il luogo sia tuttora usato per cerimonie pagane.

Il Musiné è uno dei monti più ammantati di credenze e misteri. Da sempre circolano voci di lupi mannari, di immagini spettrali che vagano nella penombra, di strani animali. Vi sarebbe una grotta nella quale, ogni primo maggio, si darebbero appuntamento streghe, maghi, e licantropi per i loro riti.

In alcuni scritti del ‘600 e ‘700 si racconta che la vallata fu spesso percorsa da “musiche demoniache”, accompagnate da urla angosciose cariche di dolore. Una antica leggenda vuole che il re Erode fosse esiliato su questa montagna, come punizione per la strage degli innocenti.

Secondo alcuni storici fu proprio in questa zona che in cielo apparvero a Costantino la croce fiammeggiante e la scritta “in hoc signo vinces”.

Stando a quanto dichiarato da molti, il luogo sarebbe un gigantesco catalizzatore di energie benefiche. Secondo altri sarebbe addirittura una sorta di “finestra” aperta su un’altra dimensione. Si parla anche di portali per viaggiatori del tempo, e i sostenitori di questa tesi portano le testimonianze di chi asserisce di aver visto strani personaggi, vestiti con abiti non appartenenti alla nostra cultura, aggirarsi per il monte.

Altri affermano di incontrare periodicamente degli uomini sempre identici nonostante il passare degli anni, vestiti sempre allo stesso modo, con abiti leggeri sia d’estate che in pieno inverno.

Il sito amplificherebbe, nel momento in cui vi si sosta, le facoltà extrasensoriali che ognuno di noi possiede, ma che solo in particolari circostanze risultano evidenti. Gli stessi rabdomanti hanno dichiarato che, in prossimità del monte, bacchette e pendolini si muovono in modo molto più accentuato del normale. Altri testimoni sostengono che le bussole, in determinate zone del Musiné, impazziscono e gli orologi smettono di funzionare.

Da sempre la zona è teatro di apparizioni di misteriosi bagliori azzurri, verdastri e fluorescenti. Queste apparizioni hanno fatto la loro comparsa fin dal lontano 966 d.C. All’epoca il vescovo Amicone si trovava in val di Susa per consacrare la chiesa di San Michele sul monte Pirchiano, di fronte al Musiné. Durante la notte, in attesa dell’arrivo dell’alto prelato, i valligiani assistettero a uno spettacolo affascinante ma pauroso al contempo: il cielo fu percorso da travi e globi di fuoco che illuminarono la chiesa come se fosse scoppiato un incendio.

Altre storie parlano di carri di fuoco che spesso sorvolavano la vetta.

E’ stato anche affermato che ai piedi del Musiné esisterebbe un “cono d’ombra” cioè una zona di interferenza che oscura qualsiasi trasmissione radio. Anche gli aerei privati che si trovano a sorvolare il luogo  vengono disturbati nelle loro trasmissioni radio. Questi problemi cessano nel momento in cui ci si allontana dalla montagna.

Il monte, essendo un antico vulcano spento da millenni, è ricco di gallerie e passaggi irregolari scavati dallo scorrere dell’antico magma, in gran parte però inesplorati. Questo fatto ha contribuito a creare il mito delle caverne abitate da strani esseri, i quali vi abiterebbero tuttora, fin dall’antichità.

Misteriosa è anche la distribuzione della vegetazione, particolarmente ricca ai piedi del monte, ma che poi si dirada in modo quasi repentino col crescere dell’altitudine. La Forestale ha  inutilmente speso ingenti somme di denaro per rimboscare la zona, nella quale le giovani piante sembrano morire una dopo l’altra. La credenza popolare spiega il mistero con la processione continua di anime dannate che salgono e scendono il monte senza sosta. Secondo una credenza un po’ più moderna sarebbero le emanazioni radioattive di una base segreta a produrre tale sterilità.Innumerevoli sono le testimonianze di avvistamenti di oggetti volanti non identificati, sia notturni che diurni. Numerosi testimoni ricordano inoltre le apparizioni sulla sommità di globi sferici fiammeggianti. Si racconta di strane luci avvistate nel cielo, attribuite dagli ufologi ad a visitatori alieni; questo ha portato a credere che il monte sia meta di extraterrestri. Campioni di terra bruciata testimonierebbero il passaggio di astronavi avvistate da alcuni contadini locali.

 

L’8 dicembre 1978 due giovani escursionisti vedono sul monte Musiné una luce bianca accecante sopra gli alberi. Uno dei due si avvicina, scomparendo alla vista del compagno, mentre la luce si alza in cielo; l’amico comincia allora a cercarlo e incrocia altri escursionisti. Tutti si sparpagliano a ventaglio per cercare il primo. Lo trovano svenuto, infreddolito, incapace di tollerare la luce ed in evidente stato di shock, con il battito cardiaco irregolare. Il ragazzo è come in trance e si sveglia solo dopo molti tentativi. Dopo l’esperienza, i due testimoni soffriranno di congiuntivite. Il rapito ha una cicatrice sulla gamba e ricorda di essersi avvicinato all’UFO, che aveva forma di pera e che in quell’istante era diventato più grande. Erano comparsi 3-4 uomini con la testa “a melone”, che si stagliavano tenebrosamente nella luce. L’uomo si sentì paralizzato e fu in grado di avvertire solo luci e suoni, sentendosi inoltre toccato e sollevato.

L’8 marzo 1996 un oggetto luminoso veniva osservato per oltre un quarto d’ora da due escursionisti mentre scendevano dal monte Musiné. Secondo il racconto dei due testimoni, l’oggetto aveva una forma simile a un cilindro dai riflessi giallo-verdi con le estremità arrotondate e sembrava sostenersi, oscillando leggermente, su un cuscino di luce bianco-gialla. Alle estremità dell’oggetto c’erano due grosse calotte trasparenti attraverso le quali si intravedevano muoversi delle sagome apparentemente umanoidi.

Una leggenda legata a questa montagna è quella della caverna del Mago. Le tradizioni valligiane narrano che in una grotta posta nel cuore del Musiné vivrebbe un mago che si era nascosto per compiere indisturbato i suoi esperimenti con gli strumenti rimasti della mitica città di Rama. A difesa del luogo ci sarebbe un enorme dragone tutto d’oro pronto a distruggere con il suo fiato infuocato ogni intruso che tentasse di avventurarsi all’interno delle grande caverna. In una piccola cripta esisterebbe uno smeraldo di immenso valore mistico, grande quanto il pugno di una mano d’adulto, da cui si diffonde una intensa e limpidissima luce verde che illumina tutto intorno. La leggenda riporta che un signorotto del luogo, un certo Gualtiero, cercò di penetrarvi con degli uomini armati per appropriarsi dei tesori che sarebbero stati nascosti in questa caverna.

Entrarono in una sala illuminata dove sembrava che la luce venisse emanata dalle pareti stesse. Trovarono il mago seduto davanti ad una fontana d’acqua che sgorgava dalla roccia. Il mago invitò gli intrusi a guardare nell’acqua del laghetto che all’improvviso divenne lattea e mostrò delle immagini che andavano formandosi.

Gualtiero e i suoi armati videro così apparire in sequenza soldati con armature che si combattevano, soldati vestiti solo con abiti blu e cappelli a tricorno che sciamavano con archibugi in pugno, quindi grandi uccelli di metallo che lasciavano cadere oggetti che distruggevano una grande città e infine bruchi metallici che si muovevano tra le rovine della stessa città.

Gli intrusi, terrorizzati per quello che avevano visto, fuggirono dalla grotta. Ebbero modo di vedere dietro di loro il mago che saliva verso il cielo scortato da due grifoni in un rumore assordante. Poi dei massi caddero dall’alto della montagna e chiusero l’ingresso della grotta che non verrà mai più ritrovata.

C’è un’altra leggenda legata alla zona del Musiné, che viene ancora oggi tramandata dalle popolazioni autoctone: la leggenda di Rama.

 

 

Le antiche cronache della valle di Susa riportano l’esistenza in epoche remote della città ciclopica di Rama che dalle descrizioni sembrerebbe assomigliare alle città delle fortezze megalitiche peruviane e dell’Oceania. Le leggende dei secoli successivi aggiungono che questa mitica città era il luogo dove veniva conservato il Graal.

La città di Rama rappresenta un importante mito dei primi abitanti dell’Europa: una città megalitica situata in Piemonte che secondo la leggenda sarebbe all’origine della tradizione celtica dell’Europa e custodirebbe il segreto del Graal.

 

L’antica leggenda si riferisce al mito della caduta di Fetonte. Narra di un dio disceso dal cielo che si avvaleva dell’aiuto di assistenti di metallo dorato. Durante la sua permanenza tra gli uomini insegnò loro l’arte dell’Alchimia e della fusione dei metalli. In seguito provvide a fondere una grande ruota d’oro forata, ricavandola dal metallo del carro divino con cui trasmettere la sua conoscenza all’umanità. Quando il dio ritornò in cielo lasciò uno dei suoi aiutanti dorati che assistesse gli uomini che avevano raccolto i suoi insegnamenti.

Le leggende riportano che una delle proprietà della creatura di metallo dorato era quella di assumere varie forme a suo piacimento. Una sua traccia è collegabile alla leggenda della caverna del drago, all’interno del monte Musiné, in cui questa creatura “mutaforma”, con l’aspetto di un grande drago d’oro, proteggeva una luminosa gemma verde dagli immensi poteri.

Il mito della città di Rama è sopravvissuto ai secoli per via delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori di inizio secolo che hanno raccolto dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza.

E’ difficile fare luce sulle credenze legate al monte Musiné, e sulla validità di tutto il folklore che si è creato, nel tempo, attorno a questa montagna.

Le impressioni rimangono necessariamente personali, basate sulla sperimentazione diretta.

Passeggiando per il “pian delle masche”, il grande pianoro alla base del monte, si ha l’impressione di non essere mai completamente soli. Il silenzio che si respira in quel punto particolare avvolge tutti coloro che vi si recano. Il “pian delle masche” è un luogo che secondo le tradizioni locali un tempo era ritrovo di maghi e “streghe”, appunto le masche. Va precisato che le “masche” erano una categoria di sciamani locali, sia donne che uomini. Il nome è stato trasformato in un termine negativo dalla religione subentrata alla cultura druidica. Era necessario trasformare queste sciamane guaritrici in qualcosa di estremamente negativo, per giustificare i roghi in cui vennero bruciate dall’Inquisizione migliaia e migliaia di “streghe”.

Il pian delle masche, e le radure nei suoi pressi, sono ancora oggi ritrovo di personaggi strani, cultori di esoterismo, occultisti, e molti altri personaggi di difficile catalogazione. C’è chi ha voluto vedere in quel pianoro anche un ritrovo per viaggiatori del tempo o un portale aperto su altre dimensioni.

Tradizioni, leggende, fatti strani, tutto si mescola senza un confine preciso.

E se per una volta proviamo a smettere di misurare tutto con la razionalità, forse riusciamo a cogliere il vero spirito del monte Musiné.

 

Pubblicato da Rosalba a 07:54

 

I Segreti di Arunachala Scritto da T. K. Sundaresa Iyer    Lunedì 04 Agosto 2008 18:16

 

“Quello è il luogo santo! Di tutti Arunachala è il più sacro. E’ il cuore del mondo. Sappi che è il Cuore-Centro Segreto e Sacro di Siva. In quel luogo Egli abita sempre come la gloriosa collina di Aruna “- Skanda Purana.

 

Quale è la Via della Montagna? La montagna è Arunachala e ci sono due percorsi uno per la cima e l’altro intorno la base.

Arunachala splende come Paramatma, il Supremo Sé manifesto, il Sé di tutte le creature, non solo degli uomini, ma anche degli esseri Celesti. Questo Sé è Bhagavan Ramana che dichiarò, “Annamalai[1] è il mio Sè.”

 

Questo implica che lui è il Sé e non i tre corpi, grossolano, sottile e causale pertinenti ai tre stati di veglia, sogno e sonno profondo, è l’Autoconsapevole Testimone di tutti e tre. In quello Stato Supremo egli è lo schermo sul quale viene proiettato il film dei nomi e delle forme; è anche la luce che Lo rivela e l’essere che lo vede. E’ Arunachala, il Sè di tutto. Lo abbiamo visto qui, sulla terra, come Bhagavan Sri Ramana Maharshi il grande tracciatore del sentiero.

Solevamo andare alla caverna di Virupaksha dove viveva, al boschetto di mango o ovunque si trovasse, perché lui era sia la via sia la meta e non c’era altra felicità comparabile a quella di essergli vicino ed assorbire la Sua grazia raggiante di benevolenza. Sul percorso verso la vetta, partendo dal gopuram settentrionale del tempio di Arunachalesvara, il primo punto di riferimento è la Caverna di Guhai Namasivaya, la dimora del famoso Guru che ebbe un discepolo ancora più famoso chiamato anche Namasivaya. Guru Guhai mandò il discepolo a Chidambaram per fondare un suo proprio centro, fu qui che il discepolo venne conosciuto come Guru Namasivaya.

Andando avanti arriviamo alla caverna di Virupaksha, che era già famosa prima che Sri Ramana la santificasse con la sua presenza. Vi visse il grande Maestro Virupaksha e si dice che alla sua morte abbia convertito il suo corpo in un Vibhuti Lingam. All’interno vi è un piccolo sacrario dedicato a lui. La caverna ha la forma dell’OM e si dice che sedendo all’interno, se ne ode il suono.

Poco sopra la caverna di Virupaksha c’è Skandashram, una caverna più spaziosa, dove Bhagavan si stabilì anni dopo. Fu qui che sorse, intorno a lui, il primo ashram con il cibo cucinato da sua madre. La caverna fu ampliata in seguito con una costruzione.

Fu intercettata una sorgente da cui, da allora, si è avuto un perenne approvvigionamento di acqua e furono piantati anche alcuni alberi. La manutenzione di Skandashram è strettamente riservata all’Ashram. E’ uno dei luoghi che i devoti dovrebbero visitare.

Più in alto il percorso gira intorno al pendio est e, direttamente sotto il picco principale, da piccole crepe di un enorme roccia sgorgano le Sette Sorgenti da cui scorre perennemente acqua fresca anche nella stagione più calda.

Appena sopra le Sorgenti c’è l’ingresso di un’altra caverna, fresca e profonda, in cui Bhagavan si sedeva spesso con i suoi devoti. Anche Santi e Rishi vi avevano dimorato nel passato.

Da lì fino al picco principale c’è una ripida salita e ci si può impiegare tanto quanto tutto il percorso da Virupaksha alle Sette sorgenti.

Finalmente raggiungiamo la sommità, dove c’è una grande pietra piatta con su enormi piedi intagliati nella roccia. E’ qui che ogni anno alla festa di Kartikai viene posto un enorme calderone di ghee (burro chiarificato) per accendere la fiamma e onorare Shiva.

Qual è il significato dei piedi?

Sono i piedi di Arunachala. Andate sulla cima e li troverete: perché in Arunachala (il Supremo) non c’è né sopra né sotto, non ci sono parti, c’è solo totalità.

Sul pendio settentrionale, lontano dal percorso, c’è il luogo dove Arunagiriswara, il grande Siddhapurusha, lo Spirito di Arunachala, dimora sotto un enorme bajan. E’ il “Dio nella forma di Arunachala”, adorato nel grande tempio di Tiruvannamalai.

Dice una antica leggenda: chi riesce a trovare la via di questo Saggio, o Spirito, della sua dimora, quasi inaccessibile, riceverà la Realizzazione. Solo Sri Ramana è riuscito a farlo, era già Realizzato. Si potrebbe riconoscerne il simbolo della diretta via della ricerca del Sé, che Bhagavan Sri Ramana sia sceso dal suo inaccessibile ritiro, ai piedi della Collina dove sorge l’Asram, per rendere accessibile a tutti la via senza bisogno di cercare l’antico Siddapurusha.

Bhagavan diceva che c’erano molti sentieri per la vetta. In verità soleva arrampicarsi fino ad essa, da Skandashram, spesso senza seguire nessun sentiero, ed era di nuovo giù in meno di un ora. Parlava anche di caverne e di Siddha o Saggi con poteri soprannaturali che vi dimorano. Ci sono leggende di città e giardini, e di grandi anime assise in perpetuo tapas che cercano di raggiungere l’Identità Consapevole col Dio Arunachala che è lo stato naturale e permanente di Bhagavan. Quando qualcuno, una volta, gli domandò se tutto ciò esiste solo nella mente, mosse la sua mano indicando intorno il mondo fisico dei fenomeni dell’esistenza quotidiana, dicendo, “Così come questo.”

Stranamente ancor più enfasi è posta sul percorso intorno la collina. Bhagavan mostrava sempre interesse e guardava compiaciuto quando i devoti intraprendevano questo percorso, pradakshina (giro intorno alla montagna). Domandava spesso a che ora avevano iniziato, quanto avevano impiegato, e in quali luoghi si erano riposati. Poco tempo fà il Maggiore Taneja, un devoto del Punjab, che venne qui per primo durante la vita di Bhagavan, stava facendo pradakshina notte dopo notte, ed aveva intenzione il giorno seguente di arrampicarsi sulla vetta, ma quella notte sognò che stava in piedi davanti alla collina ed una voce proveniente di fronte gli disse: “perché dovresti andare sulla cima? Il mio fuoco è alla base.”

Il cammino di otto miglia intorno la collina va da est a ovest, vale a dire che la collina deve restare sempre sulla propria destra, è un pellegrinaggio e presuppone che sia fatto a piedi nudi e ad andatura lenta, in un stato di rimembranza o meditazione. E’ detto che ciò che si desidera o si prega durante la pradakshina sia concesso, ma è detto anche che è meglio non desiderare, perchè è la via dell’assenza di desideri, ed ogni desiderio o preghiera, per quanto nobile possa sembrare, è un’affermazione del limitato falso-sé che desidera. Questo è un ostacolo alla realizzazione del Sé, che è privo di desideri.

La pradakshina viene fatta spesso di notte, specialmente di luna piena o quasi piena, perché per la maggior parte dell’anno fa troppo caldo per camminare di giorno.

La maggior parte dei devoti, oggi, iniziano dall’Ashram. Silenziosamente prima di partire cercano la grazia di Bhagavan. Secondo una antica tradizione Brahmina, un Brahmino dovrebbe partire dopo un bagno nell’Indra Tirtha o vasca, sul lato orientale della città. Da là dovrebbe andare fino ai cancelli dei grandi templi per prostrarsi, e poi avviarsi lentamente meditando sul Signore Arunachala.

Anche partendo dall’Ashram, ci si aspetta che si passi attraverso il tempio di Arunachaleswara, ma questo accade solo sulla via del ritorno.

Le otto direzioni dello spazio intorno il percorso sono segnate da monoliti che stilizzano un toro sacro , una vasca ed uno Siva Lingam. Sri Ramanashram è al punto più a sud accanto al mantapam o minuscola cappella di Dakshinamurthi. Nella mitologia indù Dakshinamurthi (Rivolto a Sud) è Siva, manifestato come un giovane circondato da discepoli anziani a cui insegna in silenzio. Il Guru è il polo Nord e per tradizione rivolto a sud. Bhagavan è stato associato spesso a Dakshinamurthi.

Verso ovest c’è la vasca sacra e il lingam di Unnamulai, vale a dire di Uma, la Consorte di Siva, che è venuta sulla terra, ad Arunachala, a fare tapas. Il tapas fu guidato dal Rishi Gautama[2] il cui Ashram è proprio accanto alla sua vasca. Il mito è questo: “Uma, una volta, per gioco, mise le sue mani sopra gli occhi di Siva. Questi, chiudendoli, fece si che tutto l’universo entrasse in pralaya o dissoluzione, poiché tutto esiste solo nella Sua vista. In penitenza, Uma dovette discendere e sottoporsi ad austerità su Arunachala, prima di essere di nuovo riassorbita come parte integrante di Siva.”

Questi vecchi miti non sono sempre facili da interpretare. Secondo l’insegnamento indù una fase della manifestazione dell’universo è seguita da una fase di risoluzione, finché tutto è riassorbito nell’uniformità dell’indifferenziato.

Uma, la Consorte di Siva (conosciuta anche con altri nomi come Durga, Parvati o Kali secondo il ruolo che deve giocare), significa Energia Divina o Verbo. E’ Lei che crea, ma, poiché tutta la creazione contiene in sé stessa il seme della distruzione, l’espandersi della decadenza, l’apparire della morte, è anche lei che distrugge e conduce al pralaya. Durante il pralaya l’Energia Divina non è più manifesta come Consorte di Siva, ma subisce una purificazione per un nuovo ciclo di manifestazione.

Dopo aver completato il suo tapas si dice che Uma andò intorno ad Arunachala, nella notte di luna piena del mese di Kartikai, e fu riassorbita da Siva; ed è in commemorazione di ciò che la luce viene accesa sulla vetta della montagna ogni anno in questa data.

Nel corso del suo tapas, Uma ha dovuto lottare ed uccidere il demone Mahishasura, che l’aveva attaccata. Lo fece nel suo aspetto di Durga. Questa lotta con la forza del male è commemorata dalla vasca di Khadga e, accanto essa, dal Lingam Papanasa, quello è il lingam che distrugge i peccati. Una figura della Madre Durga, posta vittoriosa sopra la testa del vinto Mahishasura, si vede nel vicino tempio a Pavalakunru. Questo luogo è molto popolare fra quelli che chiedono la concessione di una grazia.

Anche Bhagavan da giovane dimorò per qualche tempo a Pavalakunru, qui c’è uno Sri Cakra che tenne nelle sue mani durante la consacrazione nel tempio.

Proseguendo intorno la collina, fra Gautamashram e la vasca della Madre Uma, c’è l’antico villaggio di Adiannamalai. Qui si trova un sacro e antico tempio e le persone che camminano intorno alla collina si fermano per onorare. E’ il tempio di Sri Manickavachakar, autore del Tiruvachakam, uno dei più estatici poeti-santi Tamil.

Girando dal lato est della collina, arriviamo al tempio e sacrario di uno Swami dei nostri tempi Isana Desina vissuto nel XVIII secolo. Era un santo dai grandi poteri che, si dice, abbia conseguito le ashtama siddhis mentre aspettava per fare la sua offerta. Si dice che è molto benevolo e concede la sua grazia non solo agli indù, ma anche a musulmani e occidentali che pregano nel suo sacrario.

Il percorso intorno ad Arunachala è un pellegrinaggio molto sacro. Come si può intuire la collina stessa è uno Sri Chakra, una Ruota Sacra. Non c’è giorno o notte senza che qualcuno gli giri intorno. Alcuni devoti dedicano un giorno fisso la settimana, alcuni tutti i giorni di luna piena, alcuni per un ciclo regolare di quaranta giorni consecutivi, alcuni tutti i giorni.

Naturalmente ci sono occasioni particolarmente auspicabili come quella della Sivaratri, la Notte di Siva, e Kartikai la notte in cui viene accesa la luce sulla cima del Colle. Santo in sé; il percorso è reso ancora più santo da tutti i grandi santi e Rishi che lo hanno calcato, persino dalla stessa Madre Uma.

E in tempi recenti da Bhagavan Sri Ramana Maharshi che finché salute e vigore sono durati, ci andava qualche volta solo, qualche volta con un intero corpo di devoti. Si dice che il pellegrino è accompagnato da anime invisibili di deva e Rishi.

Questo esteriormente; interiormente la Via della Montagna è il percorso di Bhagavan Sri Ramana Maharshi, il percorso della ricerca del Sé, il sentiero che conduce all’esperienza “io sono l’Atma, non sono il corpo perituro”.

Come ci è data questa esperienza? Dalla Grazia del Guru. Il Guru è sia la via sia la Meta. Arunachala è aperta a tutti quelli su cui è discesa la sua Grazia, come la stessa Ramanachala.

Possa Sri Ramana Arunachala tagliare il nodo dell’ ignoranza originaria e condurci attraverso la sua via, alla Meta finale.

 

[1] Annamalai è un altro nome di Arunachala, letteralmente ‘Suprema Montagna’

 

Shiva disse: “Questo glorioso Arunachala è tale la cui semplice vista basta da sola ad eliminare tutti i demeriti che dividono l’Essere in ego e mondi finiti. Ciò che non può essere acquisito senza infinite pene – il vero senso del Vedanta – è facilmente conseguito da tutti coloro che possono avere la vista diretta di questa montagna oppure pensarla mentalmente da lontano. Questo è il solo luogo dove io ho preso questa forma per il beneficio di coloro che vogliono adorarmi e ottenere l’illuminazione.”.

 

 

Unicità di Arunachala:

 

Alcune caratteristiche rendono Arunachala unica rispetto ad altri santuari dell’India e del mondo.

1) È il più antico santuario naturale nel mondo (I geologi – studio del 1940 – affermano che Arunachala è una delle strutture montuose più antiche del mondo, mentre le sue rocce sono di origine ignea; e questo conferma le antiche iscrizioni che narrano della sua santità e antichità).

2) Nonostante Arunachala venga considerata una montagna sacra dalle religioni Indù, ha un significato sottile ben più profondo che va oltre la stessa religione. Citando: “Dove finisce il materiale, inizia la religione – dove finisce la religione, inizia la spiritualità e dove finisce la spiritualità – inizia l’adorazione di Arunachala”. Questa è l’esperienza di coloro che hanno compreso e vissuto la sua natura essenziale di luogo indescrivibile.

3) La collina viene considerata l’aspetto formale dell’Essere Supremo e proprio per questo non ha alcun specifico nome religioso. Perciò dà il benvenuto a popoli di ogni religione, di ogni credo, ai ricercatori di ogni cammino e non occorre alcuna particolare osservanza pratica spirituale o religiosa per sentirsi i benvenuti. I monasteri Jainisti esistenti nelle vicinanze della città insieme ai templi e ai santuari delle maggiori religioni testimoniano proprio questa apertura e libertà.

4) Non esistono né sono prescritti riti particolari o orari per “adorare” o officiare in questo luogo. Tuttavia molti credono che il Giripradakshina (il giro attorno alla collina) sia la forma più adatta per adorare la collina sacra ed è una delle pratiche più diffuse.

5) Dei sessantotto santuari dedicati a Shiva, solo quattro sono considerati tali da concedere direttamente la Moksha (Illuminazione o liberazione dal Samsara o ciclo di nascite e morti). Di questi, Arunachala è considerato il più sacro da molti eminenti saggi e Maestri. “Concentrarsi su Arunachala stessa, concede la liberazione” questo è quanto credono milioni di persone che adorano Arunachala e sono stati molti, oggi e in passato, i Maestri che hanno sostenuto e confermato la possibilità di conseguire la realizzazione qui e molte anime altamente evolute vi hanno vissuto.

6) Aspiranti spirituali di tutto il mondo hanno sperimentato come ogni pratica sia più facile e intensa ad Arunachala rispetto ad altri posti, anche quelli di meditazione abituale. La sacra collina di Arunachala è considerato il luogo ove Shiva risiede in permanenza e qualunque pratica effettuata qui favorisce l’interrompersi del corso della mente di un sincero praticante, benedicendolo con la verità.

7) È difficile spiegare il “sentire” a chi non si è mai recato ad Aruna, così come è difficile spiegare a chi accetta solo motivazioni oggettive o scientifiche. Eppure chi è stato ad Arunachala sa di cosa si parla: una sensazione strana, di pienezza e profondità. Sorda e ottundente che lascia centrati su se stessi. Ci si sente avvolti e presi ma non da un qualcosa di esterno, da una profondità interiore in cui ci si viene ad immergere sempre più. Sensazioni simili si provano di solito nelle vicinanze di grandi esseri o nei rari stati di silenzio interiore ottenibili durante i tentativi di concentrazione. Noi, i traduttori di queste pagine, siamo stati ad Aruna, non mossi da alcun intento religioso, che rispettiamo senza seguire, né per ricerca spirituale, ma semplice percorso interiore nella Consapevolezza. [NdT]

Dalla sua cima… si ha la sensazione di sedere sul cuore del mondo, un centro dove ogni comprensione può essere facilitata. Sono sensazioni soggettive e pertanto non se ne può dare una spiegazione scientifica, però in troppi che sono stati qui le hanno ripetutamente confermate. Chi vi si reca una sola volta non riesce a dimenticare le notti sulle sue pendici, o i colori delle farfalle che vi si trovano sulla cima. Non ci sono parole capaci di descrivere Arunachala, nonostante tutti i tentativi fatti nelle pagine che qui leggete. Arunachala è Aruna. Se si volesse sentire Dio o l’Assoluto o l’Essere da qualche parte nel mondo, se non lo si volesse sentire attraverso una persona sia essa un Santo o un Saggio, questo è uno dei luoghi ove ciò è possibile. Per questo è importante che questo luogo e le zone limitrofe siano preservate da ogni genere di cambiamento, affinché rimanga come è per tutte le generazioni future. [N.d.T.] 

 

 

LA SACRA MONTAGNA  MUSINE

 

la “Linea di San Michele”; si tratta di una linea coincidente con la Via Langobardorum e che collega St Michael’ s Mount (Cornovaglia) con Mont Saint Michel (Francia), la Sacra di San Michele in Val di Susa, l’Eremo di San Michele di Coli nei pressi di Bobbio e il Santuario di Monte Sant’Angelo nel Gargano. Si tratta di una linea energetica che sotto l’impulso delle apparizioni di San Michele Arcangelo e la costruzione di edifici sacri su punti da Lui indicati durante diverse apparizioni, diventa via di pellegrinaggio ma anche Via di comunicazione storica.

 

La particolarità di questa linea energetica è che tracciando un prolungamento da Monte Sant’Angelo nel Gargano si arriva esattamente a Monte Sant’Angelo nella Valle dell’Idro a Otranto. Ai piedi di questa collina si trova la Grotta Sant’Angelo, una chiesa-cripta che prende il nome da un affresco di San Michele presente sulla parete dell’atrio della grotta.

 

E’ evidente la connessione energetica con la Linea di San Michele descritta in precedenza, come testimoniato anche dalla presenza, lungo il tragitto fino al Gargano di altri luoghi, edifici, megaliti che, da un punto di vista energetico, rappresentano punti di una linea energetica che i nostri antenati sentirono e utilizzarono per scopi religiosi, politici, militari, economici.

 

Un’altra caratteristica di questa linea è il suo perfetto allineamento con il tramonto del Sole nel giorno del Solstizio d’Estate, giorno che è sempre stato ritenuto importante per riti e connessioni energetiche con la Natura.

 

 

 

NAMASTE

 

 

ARUNACHALA OM NAMAH SHIVAYA!

 

LE MUSINE’ OM NAMAH SHIVAYA

ARUNACHALA OM NAMAH SHIVAYA!

LE MUSINE’ OM NAMAH SHIVAYA

KAILASH LA MONTAGNA SACRA DI LORD SHIVA

Standard

Il Monte Kailash

 

In tutta l’Asia è diffuso il mito di una grande montagna, parte dell’Himalaya tibetano, “l’ombelico del mondo”, da cui nascono grandi fiumi che portano la vita nei territori che attraversano.

Il mito trae origine dall’epica hindu dove si parla del monte Meru, la dimora degli dei, come di un’immensa colonna alta 84.000 leghe; “la sua vetta bacia il cielo e le sue pareti sono d’oro, cristallo, rubino e lapislazzuli”.

Questi racconti hindu situano il monte Meru in un punto imprecisato dell’altissima catena dell’Himalaya, ma col tempo il Meru è stato identificato con il monte Kailash (6714 m).

Il collegamento della leggenda con la montagna non è casuale. Dal Kailash leggendario nasce un fiume che sfocia nel fiabesco lago Manasarovar, dal quale, a loro volta, scaturiscono quattro fiumi mitici che scorrono in direzione dei quattro punti cardinali.

In realtà, benché nessun fiume sgorghi proprio dal Manasarovar, esistono quattro fiumi che dal monte scorrono, più o meno, verso i punti cardinali ed il Kailash ha, in effetti, quattro distinti versanti rispettivamente formati, secondo la leggenda, da oro, cristallo, rubini e lapislazzuli.

Il Kailash sorge al centro di un’area che è la chiave del sistema idrografico dell’altopiano tibetano e dalla montagna scendono in direzioni diverse l’Indo (a nord), il Brahmaputra (Yarlung Tsangpo, a est), il Karnali (un affluente del Gange, a sud) ed il Suttej (a ovest).

Questi fiumi scorrono – secondo la leggenda – fino ai quattro angoli del mondo e lo dividono simmetricamente in quattro parti uguali.

DIREZIONEVERSANTEFIUME LEGGENDARIO FIUME REALE

 sud lapislazzuli

 

Mabja Kambad 

(fiume che sgorga dalla bocca del pavone) Karnali ovest rubini

Langchan Kambab

(fiume che sgorga dalla bocca dell’elefante) Suttej nord oro

Seng-ge Kambab

(fiume che sgorga dalla bocca del leone) Indo est cristallo

Tamchog Kambab

(fiume che sgorga dalla bocca del cavallo)

Yarlung Tsangpo

(Brahmaputra)

 

Nascosto dietro le montagne che si ergono a sud e ad est della Sichuan – Tibet Highway, il fiume Yarlung Tsangpo (Brahmaputra) compie alcune spettacolari inversioni a U e si getta con una serie di stupefacenti cascate in quella che molti sostengono essere la gola più profonda del mondo.

Delimitata ai due lati dalle moli imponenti del Namche Barwa (7756 m) e del Gyala Pelri (7151 m), la gola raggiunge una profondità record di 5382 m (quasi tre volte quella del Grand Canyon americano) ed ha una lunghezza di 496 km per una larghezza di appena 27 km.

In un punto il fiume si restringe a soli 20 m prima di sfociare nella pianura assamese con il nome di Brahmaputra.

La regione in cui scorre questo fiume è una delle zone meno esplorate del mondo; una terra popolata da cobra reali, leopardi, panda rossi, scimmie, tigri, e il cui paesaggio è caratterizzato da cascate e foreste vergini.

Attualmente è vietato l’accesso a questa zona strategica di confine, mentre i cinesi possono già attraversare la regione a piedi da Pe e da Gyatso.

Il monte Kailash, con i suoi 6714 m, non è la cima più alta della regione ma per il suo aspetto massiccio è diverso dalle altre montagne della regione.

Le sue quattro pareti a strapiombo sono rivolte verso i quattro punti cardinali e sul versante meridionale si apre un famoso lungo crepaccio verticale caratterizzato, nel punto mediano, da una linea orizzontale di strati rocciosi. Questa specie di cicatrice somiglia a una svastica, simbolo buddista di forza spirituale, ed è l’aspetto che ha contribuito non poco alla leggenda del Kailash.

Il nome Kailash significa “cristallo”, ma la Montagna ha anche molti altri soprannomi, come “gioiello delle nevi” e “protettrice delle buone azioni”.

In tibetano è chiamata Kang Rinpoche, cioè “prezioso gioiello di neve”.

Il Kailash è da tempo venerato da sei religioni: induismo, buddismo, giainismo, bon, zoroastrismo e paganesimo slavo.

Per gli hindu è il regno di Shiva, il Distruttore e il Trasformatore.

Per i buddisti è la dimora di Demchok, emanazione irata di Sakyamuni.

I giainisti indiani venerano la montagna come il sito in cui raggiunse la liberazione il primo dei loro santi.

Per l’antica religione bon del Tibet, il Kailash era il sacro Yungdrung Gutseg (montagna della svastica a nove piani), sul quale scese dal cielo Shenrab, il fondatore del bonpo.

Non è documentato alcun tentativo riuscito di scalare questa montagna nella storia contemporanea.

Attualmente salirvi è anche proibito dalla legge, perché molti credenti vi vedrebbero una profanazione.

Secondo le leggende, la cima di questo Monte è il Paradiso Terrestre, la suprema beatitudine, da cui provengono le anime degli uomini prima della loro nascita, e dove ritornano dopo la morte del corpo, nella loro liberazione finale.

La terra sulla cima della montagna è descritta come fragrante e multicolore.

Proprio sulla cima secondo la leggenda esisterebbe una fontana artificiale a forma di piramide, dai cui quattro angoli si dipartirebbero i quattro fiumi.

Da questo Monte secondo la leggenda si dipartono anche tutti i più diversi universi fisici e spirituali.

La porta d’accesso al monte Kailash è il paesino di Darchen (alt. 4560 m), che è pure il punto di partenza del Kora: il circuito di 52 km attorno alla montagna.

I buddhisti e gli hindu camminano intorno al Kailash in senso orario, mentre gli adepti della religione di bon, l’antica religione pre-buddhista del Tibet tuttora diffusa nelle aree più remote del paese, fanno il percorso in senso antiorario.

Un tibetano buddista normalmente compie il percorso in un solo duro giorno di cammino. I pellegrini hindu, che in più devono compiere un’immersione rituale in un lago gelato lungo il cammino, in genere portano a termine il circuito in tre giorni, pernottando negli accampamenti allestiti per loro vicini ai monasteri di Dira-puk e Zutul-puk.

Alcuni tibetani rendono il kora molto più difficile continuando a prostrarsi per l’intero tragitto: un circuito di prostrazioni continue richiede circa tre settimane.

 

Kailas

 

La

 

montagna

sacra

 

Tibet

 

 

La montagna più bella e più sacra del mondo si trova in Tibet. E’ il Monte Kailash (6.714 m),

E’ la montagna più sacra di tutta l’Asia venerata da oltre mezzo miliardo di persone in India, Tibet, Nepal e Bhutan; è infatti sacra ai fedeli di quattro religioni.

Per i tibetani di fede Bon, il Kailash è il “gigante di cristallo” sul quale Thonpa Shenrab, il fondatore della religione Bön, discese sulla Terra dal cielo. Essi  chiamano il Kailash con due nomi differenti: Tise “Gioiello di neve glaciale” e Kang Rimpoche, che è il titolo riservato ai lama di massimo rango, ossia ai sommi sacerdoti buddisti.

Gli induisti lo considerano la dimora di Shiva che vi risiede insieme alla consorte Parvati.

Per i buddisti è la dimora della divinità tantrica Chakrasamvara e della sua consorte Vajravarahi;

Gli jainisti lo adorano come Monte Ashtapada, il luogo dove il grande saggio e fondatore della religione Rishabanatha ricevette l’illuminazione.

Situato sull’Altopiano del Tibet dietro la catena principale dell’Himalaya il monte Kailas si erge solitario nel punto più elevato dell’altopiano del Tibet poco toccato dalle  piogge monsoniche, si staglia  contro un cielo limpido, ed è considerato il “centro dell’Universo”

In questa zona sgorgano i quattro principali fiumi del subcontinente indiano: il Karnali, importante affluente del Gange, l’Indo, il Brahmaputra e il Sutlej.  Le loro  sorgenti si trovano tutte  nel raggio di 100 km, da qui si diramano verso i rispettivi estuari che sono a più di 2000 km di distanza l’uno dall’altro.

Collocato su di un piedistallo di roccia striata, con la sua cupola di neve che scintilla al sole, il Kailash con la sua forma perfetta fonde insieme gli estremi dell’ascetismo spirituale e della ricchezza e bellezza materiale.

I tibetani spesso paragonano la sua vetta al tetto a pagoda della reggia di una divinità o al reliquiario di un santo. Per loro come per gli induisti dell’India, il Kailash è la montagna sacra per eccellenza, quella che sognano di contemplare almeno una volta nella vita.

 

Ritengono che il Kailash sia il centro di un mandala, o sacro cerchio, che rappresenta lo spazio divino di Demchog, dove possono recarsi per apprendere la potenza e la saggezza che li renderanno liberi dalla schiavitù della sofferenza.

Il pellegrinaggio alla montagna,  significa quindi raggiungere il centro stesso dell’universo, il punto cosmico dove ogni cosa ha inizio e fine, la sorgente divina di tutto ciò che esiste e ha significato.

I pellegrini sia i laici che i lama compiono lunghi viaggi di settimane o anche di mesi verso la  montagna sacra per apprendere la rivelazione che mostrerà loro la via per trascendere le passioni e le illusioni di questo mondo.

Il Kora, il percorso circolare che viene compiuto in senso orario attorno alla montagna sacra, è la meta finale del pellegrinaggio, occorrono di solito tre giorni, con frequenti soste ai santuari e ai templi per pregare e compiere riti. Alcuni pellegrini tibetani, per accrescere il merito religioso della loro impresa, impiegano molto più tempo, prostrandosi a terra lungo tutto il percorso attorno alla montagna, imperturbabili di fronte alle asperità del terreno. Il punto culminante del pellegrinaggio è il Dolma La, un valico situato sul versante nordorientale del monte Kailash ben oltre i cinquemila metri di altezza, adorno di bandiere di preghiera infilate tra rocce e massi. Appena prima del valico i tibetani lasciano indietro qualcosa di sé:  un capo di vestiario, una ciocca di capelli, un dente, come simbolo della propria morte e della rinascita ad una nuova vita più spirituale.

 

 

Saga Dawa

Saga Dawa è la più importante festa annuale del Kailash, cade nel giorno di luna piena del quarto mese lunare (secondo il calendario tibetano), in questi giorni il gigantesco palo con le bandiere di preghiera, il Tarboche, viene abbattuto e le bandiere sostituite.

 

Pellegrini tibetani confluiscono nella zona da tutto il paese, spesso anche con parecchi giorni di anticipo, portando con sè merci e prodotti da vendere con il risultato di creare un considerevole e vivace movimento.

La cerimonia del palo che viene eretto e puntato ad est verso il Monastero di Gyangdrak è seguita dai monaci con appositi riti e con una cacofonia di corni, conchiglie ed altri strumenti per dare il benvenuto al nuovo innalzarsi del palo.  Una volta completamente posizionato, i tibetani trarranno auspici  dalla  posizione finale del Tarboche.

 

Se questo è perfettamente diritto sarà un anno prospero e di salute. Se pende verso il Kailash sarà un anno di carestia e malattie e ancora peggio se il palo dovesse pendere dalla parte opposta  della  montagna.

La leggenda del Tarboche racconta di un albero eccezionalmente alto “autogeneratosi” in questo luogo santo in quanto cimitero di lama e monaci e benedetto da Guru Rimpoche  che  predisse che il tronco  sarebbe servito da asta per le bandiere.

 

NAMASTE

 

OM NAMAH SHIVAYA